Gli elettroscopi tradizionali, a foglie d’oro, a pendolini o a pagliuzze, permettono di stimare l’elettricità osservando la divergenza delle loro parti mobili. Tuttavia, anche quando sono molto sensibili, questi strumenti non offrono misure sufficientemente precise, spingendo Volta a cercare metodi più affidabili.
Per superare questi limiti Volta introduce l’elettrometro assoluto, noto anche come bilancia elettrometrica. Lo strumento consiste in una bilancia in cui uno dei piatti è sostituito da un piattello di ottone elettrizzato, affacciato a un secondo piattello isolato o a un piano conduttore collegato al suolo, da lui chiamato piano deferente.
L’elettrizzazione del piattello induce una carica opposta nel piano deferente, generando una forza di attrazione. Questa può essere misurata con precisione aggiungendo pesi sull’altro piatto della bilancia fino a ristabilire l’equilibrio. In questo modo Volta individua le relazioni tra forza di attrazione, quantità di elettricità, dimensioni del piattello e distanza tra i conduttori.
I risultati ottenuti da Volta non coincidono completamente con quelli di Coulomb, ricavati tramite la bilancia di torsione, e per questo lo strumento non trova immediata diffusione. Solo nel 1845 William Thomson, poi noto come Lord Kelvin, dimostra che le conclusioni di Volta sono compatibili con quelle di Coulomb e realizza un elettrometro assoluto simile, utilizzandolo per misurare la forza elettromotrice di una batteria di pile.
