Il 31 gennaio 1809, in una seduta presieduta da Alessandro Volta, il consiglio comunale di Como decreta «l’assenso alla cessione del Circondario dell’attuale Teatro colla surroga di ogni diritto sopra al luogo del Castello dove si vuole edificare il nuovo Teatro». Ovvero venne concesso alla Società Palchettisti di sostituire il teatrino di legno costruito nel 1764 nel salone del Broletto con un nuovo edificio che avrebbe preso il posto del duecentesco Castello della Torre Rotonda, nell’attuale piazza Verdi. Il sipario del Teatro Sociale si levò il 28 agosto 1813 per ammirare l’“Adriano in Siria” di Antonio Fonseca Portugal e “I pretendenti delusi” di Giuseppe Mosca. Ma a colpire il pubblico dovette essere anche, se non soprattutto, la scena dipinta sul sipario stesso, oggi “velario storico” che è stato restaurato nel 2009 e si abbassa solo in rare occasioni: il dramma della morte di Plinio il Vecchio nel 79 d.C. sotto il Vesuvio in eruzione, descritto in una celebre lettera di Plinio il Giovane a Tacito. Il soggetto fu scelto da una commissione presieduta da Giovanni Battista Giovio, che ne affidò l’esecuzione ad Alessandro Sanquirico, scenografo della Scala di Milano, ma anche decoratore delle ville patrizie in mezza Europa, con una predilezione per il lago di Como – nel 1812 affrescò le pareti di una sala di Villa Melzi a Bellagio, nel 1830 realizzò un olio raffigurante un ricevimento a Villa Sommariva, ora Villa Carlotta, dove è esposto. Giovio e i suoi soci imposero all’artista una simbolica alterazione del fatto originale: il giovane dai tratti apollinei che nel dipinto sorregge Plinio il Vecchio è, infatti, suo nipote, che invece nella realtà sappiamo essere rimasto a guardare l’apocalittico avvenimento dalla sponda opposta, a Capo Miseno. Così i due “padri nobili” della città venivano ricongiunti sotto gli occhi dei comaschi come lo sono ai lati del portale del Duomo.
