Il 20 marzo 1800 Volta descrive in una lettera a Sir Joseph Banks, presidente della Royal Society di Londra, la costruzione di un nuovo strumento da lui inventato, che definisce organo elettrico artificiale. Si tratta di un apparato capace di produrre elettricità in modo continuo, senza bisogno di essere ricaricato.
Volta utilizza dischi metallici di due tipi diversi, preferibilmente argento o rame e zinco, accompagnati da dischi di materiale poroso, come cartone o pelle, imbevuti di acqua o, meglio ancora, di acqua salata. La forma e la dimensione dei dischi non sono determinanti, purché possano essere sovrapposti con facilità.
La costruzione della pila è semplice: Volta sovrappone alternativamente un disco metallico di un tipo, uno dell’altro e un disco inzuppato, mantenendo sempre lo stesso ordine. Ripetendo questa sequenza, forma una colonna stabile composta da numerosi strati, ciascuno dei quali contribuisce all’effetto complessivo.
Una colonna composta da circa quaranta coppie di metalli è già sufficiente a produrre effetti evidenti: può caricare e scaricare un elettrometro, generare scintille e persino provocare lievi scosse alle dita toccando le estremità della pila. A differenza della bottiglia di Leyda, la pila fornisce una corrente continua e non richiede ricariche successive.
Volta paragona il funzionamento della pila a quello degli organi elettrici di alcuni animali, come la torpedine. L’analogia con la natura rafforza l’idea che l’elettricità possa essere prodotta e mantenuta da un sistema ordinato di elementi ripetuti.
Nel seguito della lettera, scritta in francese, Volta definisce l’organo elettrico artificiale anche appareil à colonnes. Da questa espressione deriva il termine appareil à pile, da cui nasce il nome con cui lo strumento è passato alla storia: la pila.
