Dopo la memoria del 1771 Volta abbandona il latino a favore del volgare e sceglie forme di comunicazione più agili, come il saggio breve e la lettera scientifica. Questa scelta favorisce una rapida diffusione delle sue ricerche e prepara il terreno per l’annuncio di uno strumento destinato a segnare una svolta nello studio dell’elettricità.
Nel giugno del 1775 Volta comunica a Joseph Priestley e ad altri studiosi l’invenzione dell’elettroforo perpetuo. Con questo strumento confuta alcune concezioni elettrologiche precedenti e introduce un generatore di elettricità basato su un principio nuovo, diverso dallo strofinio, aprendo la strada alle macchine elettriche a induzione.
L’elettroforo è composto da un disco di resina isolante e da un disco metallico di ottone dotato di manico isolante. Dopo aver eliminato l’umidità, la resina viene elettrizzata per strofinio. Il disco metallico, appoggiato su di essa, subisce una redistribuzione del fluido elettrico per effetto del contatto e dell’induzione.
Toccando la faccia superiore del disco metallico, parte del fluido viene sottratta, lasciando il disco in eccesso di carica. Sollevandolo e avvicinando la mano, il riequilibrio tra cariche opposte produce una scintilla visibile, chiara manifestazione del fenomeno elettrico.
Poiché la resina mantiene la carica anche per lunghi periodi, l’operazione può essere ripetuta molte volte senza rinnovare lo strofinio. Da una singola elettrizzazione è quindi possibile ottenere quantità pressoché illimitate di elettricità positiva, caratteristica che dà allo strumento il nome di elettroforo perpetuo.
Secondo la spiegazione attuale, il disco metallico si carica per induzione: cariche dello stesso tipo della resina sulla faccia superiore e di tipo opposto su quella inferiore. Il contatto con il dito rimuove le cariche superficiali, lasciando il disco pronto per una nuova produzione di elettricità.
